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Jean-Luc Godard, Riccardo Cocciante, Gaio Chiocchio: tre destini artistici che si incrociano

Pochi registi hanno segnato la storia del cinema quanto Jean-Luc Godard. Francesco Savio, nel suo capolavoro critico “Visione privata. Il film ‘occidentale’ da Lumière a Godar...
Jean-Luc Godard, Riccardo Cocciante, Gaio Chiocchio: tre destini artistici che si

The Image Gate via Getty Images

Pochi registi hanno segnato la storia del cinema quanto Jean-Luc Godard. Francesco Savio, nel suo capolavoro critico “Visione privata. Il film ‘occidentale’ da Lumière a Godard” (Bulzoni, 1972), periodizzava la storia del cinema indicando il regista francese come spartiacque. Dopo avere terremotato il linguaggio filmico, dopo avere influenzato numerosi colleghi, dopo una indefessa sperimentazione dentro e fuori il sistema industriale, per il cinema di oggi Godard sembra non esistere (forse è il cinema di oggi a non esistere?).

Il cantautore Riccardo Cocciante diede presto buona prova di sé, incidendo negli anni settanta due pezzi potenti come “Bella senz’anima” e “Margherita”. Seguirono due decenni di canzoni valide ma meno incisive, fino all’exploit del 1998 con il meritato successo internazionale dello spettacolo musicale “Notre-Dame de Paris”, scritto insieme a Luc Plamondon e tratto dal romanzo di Victor Hugo.

Gaio Chiocchio non ebbe grande fortuna. Dopo avere militato nel gruppo Pierrot Lunaire e dopo avere tentato senza successo la carriera cantautorale, firmò come paroliere diverse canzoni del primo Amedeo Minghi. I testi di Gaio Chiocchio avevano una certa poesia: “1950”, “Cuore di pace”, “Gomma americana” («La domenica profuma di sugo e maccheroni / Domestico il sapore del centro di città / Di quelle strade strette, allegre e misteriose / Dove posso passeggiando fare spallucce / Alla faccia tua che mai capirà il mio amore / Che sa d’incenso e chiesa / E diavolo e acqua santa e storia»).

Jean-Luc Godard, Riccardo Cocciante, Gaio Chiocchio: tre destini artistici molto diversi che però si incrociano in una delle opere capitali dell’arte recente. Nel 1998 Godard ultima la sua monumentale “Histoire(s) du cinéma”, una storia del cinema scritta con le immagini audiovisive per raccontare in otto capitoli la grandezza e il declino dell’arte cinematografica. Un poema multimediale in cui il regista monta frammenti dei film più celebri, fotografie, dettagli di quadri, scritte, musiche, riflessioni elettrizzanti.

Nel capitolo “La monnaie de l’absolu” Godard compara le diverse cinematografie nazionali e conclude con un commovente inno al grande cinema italiano, quello che va dal neorealismo agli anni sessanta: Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini.

Per costruire la sequenza in lode del nostro grande cinema (che per Godard è un pensiero che forma, una forma che pensa), il regista sceglie la canzone “La nostra lingua italiana”, interpretata e musicata da Riccardo Cocciante, con i versi di Gaio Chiocchio. La canzone non viene usata come semplice colonna sonora, come sottofondo musicale, è proprio il cuore strutturale della sequenza: «Lingua che parla di palazzi e fontane / Lingua d’osteria tra vino e puttane / Lingua di grazia nelle corti e nell’amore / Lingua d’amore che è bella da sentire / Lingua che canta lungo l’Arno al mare / Fino alla sabbia del continente americano / Lingua ideale, generosa, sensuale / La nostra lingua italiana».

Gaio Chiocchio non vide mai quella meravigliosa sequenza godardiana. Sfortunatamente morì due anni prima.

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