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È morto Virgil Abloh, il direttore artistico di Louis Vuitton stroncato dal cancro a 41 anni

Virgil Abloh, direttore artistico della collezione uomo di Louis Vuitton dal marzo del 2018, è morto: secondo la casa di moda è stato stroncato dal cancro che «ha combattuto di nascosto per anni»
di Paola Pollo

Virgil Abloh, fondatore di Off-White e dal 2018 direttore artistico della collezione uomo di Louis Vuitton, è morto: secondo la casa di moda è stato stroncato da un tumore che «ha combattuto di nascosto per anni»

Virgil Abloh, uno dei principali protagonisti della scena della moda mondiale, è morto. Aveva 41 anni, e dal 2018 era il direttore artistico della linea uomo di Louis Vuitton oltre che l'amministratore delegato di Off-White, che aveva fondato nel 2013.

La notizia ha scioccato il mondo della moda.

Abloh — secondo quanto dichiarato dalla casa di moda in una nota — è morto a causa di un cancro, un angiosarcoma , che «ha combattuto in segreto per anni».

«Siamo sotto choc», ha dichiarato il presidente di LVMH Bernard Arnault. «Virgil non era solo un genio è un visionario ma era anche un uomo con una bella anima e di grande saggezza. La famiglia di LVMH si unisce a me in questo momento di grande dolore».

«Siamo devastati dal dover annunciare la morte di Virgil — devotissimo padre, marito, figlio, fratello, e amico», si legge sulla pagina Instagram dello stilista.

Abloh — che era nato nel 1980 a Chicago in una famiglia di origini ghanesi, ed era diventato amico personale di Kanye West studiando con lui all'Università del Wisconsin — lascia la moglie, Shannon, i figli Lowe e Grey, la sorella Edwina, i genitori Nee e Eunice, e «innumerevoli amici e colleghi», si legge ancora sulla pagina ufficiale di Abloh.

Abloh ha combattuto contro l'angiosarcoma — un tumore raro e aggressivo — per «due anni. Aveva scelto di condurre la sua battaglia in forma privata sin da quando ricevette la prima diagnosi, sopportando numerosi cicli di trattamenti mentre guidava istituzioni nel campo della moda, dell'are, della cultura. La sua etica del lavoro, la sua infinita curiosità, il suo ottimismo non sono mai venuti meno. A guidarlo erano la sua passione per la sua arte e la sua missione di aprire porte per altri, di spianare sentieri per una maggiore equità nell'arte e nel design. "Tutto quello che faccio, lo faccio per il me stesso 17enne", diceva».

Abloh aveva lavorato nella street fashion di Chicago prima di entrare nella moda internazionale grazie ad uno stage presso Fendi nel 2009, al fianco proprio di Kanye West. I due iniziano quindi una collaborazione artistica che avvierà la carriera di Abloh con la fondazione di Off-White.

Il designer aveva poi curato la direzione artistica di diversi album di Jay-Z e West tra cui Watch the Throne, e proprio con questa collaborazione, nel 2011, aveva ottenuto una nomination ai Grammy per Best recording package.

In un’intervista rilasciata nel 2018 al Corriere della Sera e pubblicata sull’allegato Liberi Tutti rispondeva alla domanda sul lungo percorso fatto dall’Illinois a Parigi: «È bellissimo, mi dà speranza. Ma anche le speranze non durano molto. Devi capire i segni. Il mio è stato vedere che un giorno i designer sarebbero venuti da tutto il mondo. Un po’ come un turista che incontra un purista. Il secondo dice al primo: “Vivo nella moda: non conosci questo? Non sai di chi è questa giacca? Ma dove vuoi andare?”. Il turista gli risponde: “Anche a me piace la moda e voglio entrarci, ma non mi abbattere solo perché non so”. Ecco, io mi sento al centro di questa conversazione».

E ancora. «Sono stato il purista, ho studiato la moda, tanto, ma ho capito che non sarei mai arrivato a tutti, così sono diventato anche un turista. Da giovane ero una spugna. Assorbivo cultura. Che fossero lo skateboard, la moda, i graffiti, l’arte, i dj. Oggi sono ancora lo stesso affamato diciassettenne ottimista, che cerca ispirazioni ovunque. Non cercherò mai di essere superiore a quel ragazzo: è da lui che arriva la mia creatività».

Sul suo rapporto fondamentale con lo street wear aveva commentato nella medesima intervista: «Ho scommesso su una cosa in cui ero cresciuto. È stato come vedere un tavolo vuoto dove nessuno lavorava, così mi ci sono seduto e mi sono impegnato. Quando stavo diventando uno stilista, mi sono detto che non sarei cambiato: non sarei diventato francese con un vestito nero, né avrei finto di arrivare da Berlino con un dolcevita, per dire magari “da giovane ascoltavo l’hip hop”. Avrebbe fatto ridere. Il mio brand era il mio curriculum. Tu indossi streetwear, io pure. Ed è un fenomeno bellissimo».

Proseguendo: «Quando ero più giovane le mamme vestivano con i tacchi e il resto e le figlie si ispiravano ai ragazzi e indossavano sneakers, jeans e magliette. Poi le prime dicevano alle seconde: “Mettiti qualcosa di più carino”. Ora all’improvviso le due età si sono unite. Per me è questo lo streetwear. A me basta guardare fuori dalla finestra e vedere cosa indossano le persone per disegnare qualcosa. Così farò da Louis Vuitton».

28 novembre 2021 (modifica il 28 novembre 2021 | 22:04)

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